Inchiesta sul senso e sul valore dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole italiane, all'indomani del riacutizzarsi del dibattito sulla necessità o meno di questa materia nella formazione degli studenti. Ne parliamo con don Michele Di Tolve, responsabile dell'Irc in diocesi di Milano, e con due insegnanti che lavorano nel mondo della scuola da moltissimi anni.
Anzitutto: qual è l'origine dell'IRC?
L'IRC è normato all'interno del Concordato Lateranense del 1929 tra lo Stato Italiano e la Santa Sede. Oltre a questo, con l’Accordo di revisione del Concordato del 25/03/1985 (legge n°121/1985), all'articolo 9, comma 2, si legge: La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. È dunque la Repubblica italiana stessa a riconoscere il valore di ogni religione, in quanto portatrice di valore aggiunto alla cultura. Ma, senza la conoscenza dei principi del cattolicesimo, non posso capire cos'è l'Italia e non posso comprendere né il popolo italiano, né la ricchezza del patrimonio di conoscenza, storia, letteratura ed architettura.
Il testo legislativo dice anche che l'IRC risponde alle finalità della scuola.
Certo. Ciò chiarisce una volta per tutte che a scuola si fa cultura e non catechesi. È dunque ora che termini questo malinteso intorno all'IRC: la catechesi cristiana si fa nella comunità parrocchiale, mentre a scuola si fa IRC, un percorso culturale, che permette ai ragazzi di orientarsi nella vita. Tra tutte le discipline scolastiche, infatti, i contenuti dell'IRC permettono una maggiore e approfondita conoscenza e sapienza a livello culturale. Insomma, l'IRC è per sua natura interdisciplinare. Ed anche interculturale.
Interculturale? Com'è possibile?
Perché parte da un'identità precisa. Ciò le permette di creare un dialogo con tutte le culture e le religioni. Non posso fare IRC se non parto dalle mie radici ebraiche. Non posso parlare di religione cattolica se non parlo di come è avvenuta la nascita dell'Islam e di che cosa ha significato questa nascita. Per parlare della mia identità, devo raccontare l'identità degli altri. Ma l'interculturalità è qualcosa di più. Se dovessi fare solamente uno studio delle religioni, dovrei prendere i libri della mia biblioteca e leggerli uno accanto all'altro. Questa è la multiculturalità, la multireligiosità. A scuola, però, quello che è multi- deve diventare inter-: interreligiosità, interculturalità, interdiscipliarietà.
Chiariti questi principi, quali sono le scelte di fondo attorno a cui si sta muovendo la Diocesi?
Anzitutto, essa intende occuparsi di tutta la scuola e, in forza di ciò, anche di quella cattolica. Per far ciò, l'insegnante di religione è una figura di valore, perché media la sintesi tra cultura e Vangelo. In quest'ottica, egli è un catalizzatore di quell'alleanza educativa tra scuola, parrocchia, territorio e famiglia che il Cardinale ci ha chiesto di mettere in atto. L'insegnante è anche in grado di coinvolgere i docenti di altre discipline, compresi quelli facenti riferimento ad altre organizzazioni professionali come AIMC, UCIIM o DIESSE, che hanno ispirazione cristiana e vogliono davvero ritornare a lavorare insieme nel mondo della scuola.
L'insegnante di religione può essere davvero al centro di queste scelte? È indubbio, infatti, che l'IRC sia spesso al centro di critiche proprio a causa di insegnanti che screditano tale insegnamento.
Le generalizzazioni non riescono mai a descrivere pienamente una realtà. Per questo motivo, ho scelto di incontrare personalmente tutti gli insegnanti di religione. Nella nostra Diocesi sono circa tremila persone, per ottocentomila studenti. In un anno e mezzo ho percorso la diocesi, incontrando tutti i decanati in giornate strutturate sempre allo stesso modo. Al mattino ho incontrato i sacerdoti, trovando un'accoglienza davvero entusiasta ed una piena e completa condivisione con il percorso che abbiamo iniziato a fare. Al pomeriggio ho avuto colloqui personali con tutti gli insegnanti di religione del decanato. La sera era infine dedicata a un incontro tra insegnanti, sacerdoti, genitori ed educatori degli oratori, per mostrare come si può attuare un'alleanza educativa.
Qual è stato il frutto di questi incontri?
Da una parte ho visto e vedo gente di grande qualità, che dedica la vita per l'insegnamento, per lo studio e, soprattutto, per l'educazione degli studenti. Ho incontrato anche persone che non erano motivate, e con loro abbiamo avviato un percorso. Dal 2007 ad oggi, quarantacinque insegnanti di religione non sono più tali. È stato un percorso che ha significato attenzione, delicatezza e dialogo, ma alla fine ho dichiarato loro che non si poteva più andare avanti. Abbiamo anche cambiato anche la modalità di selezione. Ora, per diventare insegnante di religione, è necessario un primo colloquio con me, poi un esame scritto, poi un colloquio psicopedagogico, quindi un periodo di tirocinio. Oltre a questo, oggi gli insegnanti di religione devono conseguire obbligatoriamente il diploma in scienze religiose oppure la laurea magistrale in scienze religiose.
Ci sono novità anche per l'aggiornamento in servizio?
Certo. Grazie al piano generale che abbiamo creato, oggi l'insegnante partecipa ad un aggiornamento che parte da contenuti teologici già adattati a un vero e sano confronto culturale. Abbiamo anche creato i gruppi di lavoro a livello decanale, perché possano ritrovarsi e produrre del materiale didattico. Gli insegnanti di religione, infatti, non vivono un aggiornamento passivo: dopo l'ascolto devono lavorare in gruppo e produrre del materiale didattico. Questo materiale viene valutato e rimesso in circolo per tutti gli altri.
Qual è stata la risposta degli insegnanti a questa che sembra una vera e propria “rivoluzione”?
Dopo qualche perplessità iniziale, c'è stata una quasi totale adesione. Sfido qualsiasi categoria di insegnanti ad avere il numero e la qualità dell'aggiornamento in servizio che stanno avendo gli insegnanti di religione, una formazione sia sotto il versante culturale e che sotto quello della relazione educativa. Vogliamo infatti preparare degli insegnanti di religione, non dei cultori di teologia! E devo dire che anche il numero di studenti che si avvalgono dell’IRC, in molti casi, pian piano sta ricominciando a risalire. Nello scorso anno scolastico abbiamo recuperato il 2% dei ragazzi della scuola secondaria.
E la risposta all'interno delle scuole?
Sono già stato in duecento istituti della Diocesi e non c'è stata una volta in cui non abbia ricevuto da parte dei dirigenti un'accoglienza cordiale e fruttuosa. Anche dal punto di vista degli altri insegnanti, ho riscontrato una buona accoglienza. Quando ci si mette a discutere in generale di scuola è possibile che nasca qualche incomprensione; quando invece si va al cuore dei problemi, è tutto molto più semplice.
Nella scuola non ci sono resistenze, dunque. E nelle nostre comunità?
Io credo che la comunità cristiana non possa – se vuole obbedire al mandato di Gesù – non occuparsi di scuola. Nei dovuti modi e nel pieno rispetto. Ma un conto è rispettare la scuola nella sua laicità, un conto è decidere di non collaborare a prescindere. A partire dal percorso pastorale dell'Arcivescovo “Famiglia diventa anima del mondo”, dobbiamo veramente imparare ad abitare la città dell'uomo, come persone che la sanno veramente animare con lo spirito del Vangelo.
Che spazio può avere l'Ac in tutto ciò?
Sono molto contento che l'ACS si sia rimessa in un dialogo bello e fecondo. Si tratta di un cammino che vede già i suoi frutti: nell'ultimo documento dell'Ufficio scolastico regionale sui temi dell'educazione e della prevenzione del bullismo, l'ACS ha potuto presentare dei progetti che sono stati approvati da tutto il tavolo istituzionale. Sono stati approvati perché sono stati ritenuti validi, non perché “raccomandati”. Questo è il vero livello di scambio di idee che noi dobbiamo fare.
Ha un invito da rivolgere ai soci di Ac?
L'invito è rivolto a tutte le associazioni, ai movimenti e a chi vive negli oratori. Cosa potremmo dire, infatti, di un ragazzo di Ac che, ipoteticamente, a scuola non fa religione per fare un'ora in meno? La scusa del “professore che non lavora bene” non è valida perché, se davvero questo ragazzo è un cristiano formato, deve sentirsi responsabile della sua scuola. Il mondo non viene cambiato da chi si è esonerato dall'impegno ma da chi è stato dentro, a lavorare per rendere migliore la società. L'invito è dunque a starci. Vogliamo porgere alla scuola il nostro cuore, la nostra mente, la nostra passione educativa. Sono convinto che troveremo una scuola disponibile ad accogliere questa offerta di collaborazione gratuita e libera.
Giacomo Cossa
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