Martedì 15 dicembre 2009 - A Dio quel che è di Dio

Lettura del Vangelo secondo Matteo 22, 15-22
In quel tempo. I farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come coglierlo in fallo nei suoi discorsi. Mandarono dunque dal Signore Gesù i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». A queste parole rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono.

Commento e domande
Come la Parabola di ieri, anche questo testo è compreso all’interno del Vangelo di Marco e di Luca. È un brano profondamente calato nella Giudea di allora in cui si inseriva il dominio romano, ma, pensandolo a oggi, possono esserci situazioni o vissuti simili.
La questione non era semplicemente politica (se accettare o meno al dominazione romana), ma aveva risvolti anche religiosi: se e quanto incide il dominio dell’imperatore romano rispetto al riconoscimento di Dio, esclusivo Signore del popolo.
I farisei, quindi, cercano di trarre in inganno Gesù, chiedendogli di schierarsi, di scegliere tra una risposta collaborazionista o una presa di posizione anti-romana; ma egli riesce a non cadere in questa trappola e a rispondere attraverso delle parole che rimangono nella sfera dei principi.
Entrando ancora di più nel dettaglio, a Gesù interessa sottolineare il rapporto dell’uomo con Dio, fondato sull’esigenza di rendergli il dovuto: da cristiano/a sono chiamato/a ad una donazione e ad un incontro con Dio che diventa “Il Dio della mia vita”, attraverso il quale faccio esperienza di un amore completo ed esclusivo che Lui è in grado di offrirmi. Dalle parole con cui risponde Gesù, le autorità statali sono ridimensionate nel loro potere, togliendo ogni forma di assolutezza e divinizzazione. Riconoscere lui come Signore comporta la negazione di ogni pretesa signoria umana sulle persone: si paghi pure l’imposta dell’imperatore, ma a Dio solo sia data l’adesione totale, perché noi non abbiamo un altro Signore.
SONO CONSAPEVOLE DI QUALE SIA IL VOLTO DEL SIGNORE CHE MI CAMBIA LA VITA? È importante che, in questo senso, si pensi alla religione non come ad un insieme di regolamentazioni o di norme dovute, ma ad una libera adesione in cui riconoscere il messaggio di Colui che ci ama: non c’è solo ritualità, ma pienezza di senso; non ci sono “i pochi signori del mondo” che guidano le sorti di tutta l’umanità, ma ci sono uomini liberi chiamati a decidere personalmente della loro vita.
SONO CONSAPEVOLE DI ESSERE CHIAMATO/A DA CRISTIANO/A A SPENDERMI PER IL “BENE COMUNE” DELLA POLIS? Proprio perché vale il principio di rendere a Dio ciò che a lui solo compete, cioè il riconoscimento quale unico Signore,  è importante che ciascuno di noi viva i propri ambiti di impegno con l’attenzione a farsi portatori del Suo nome, con la capacità di lasciarsi abitare dalla Sua presenza e con la dimensione di corresponsabilità verso il tutto.
Il brano termina con la sorpresa dei farisei: Dio sa cambiare la prospettiva ed è in grado di rovesciare dai troni coloro che usano il loro potere in maniera scorretta.

Preghiera
Donaci Signore di essere cristiani profondamente inseriti nelle nostre città perché  la città dell’uomo possa assumere sempre di più i tratti della città di Dio, grazie a persone amanti della vita che sanno spendersi per il bene comune. Amen
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